Siamo tristi, cantiamo la bellezza di Slow Food

***ENGLISH BELOW***

Quella che sta scorrendo da stamattina e continuerà domani, nella camera ardente allestita a Pollenzo per Carlo Petrini, quella che si riunirà domattina per commemorarlo, quella che sta scrivendo e parlando di lui in ogni lingua conosciuta e su qualunque mezzo di comunicazione dalle messaggerie istantanee all’ufficio stampa del Quirinale, quella che gli sta dedicando un ricordo o un tributo, pubblico o privato non importa, è una unica e smisurata comunità globale.

Forse solo in un’occasione come questa poteva coagulare quel comune sentire, poteva venire fuori liberamente e addirittura con una modalità di rivendicazione quel filo che per 40 anni ha tessuto pensiero, relazioni, idee, affetti, amore, fatica, studio, ricerca, passione, entusiasmo, progetto in una straordinaria quantità di posti nel mondo. Luoghi fisici, politici, istituzionali, spirituali, luoghi di lotta e di governo, luoghi dell’anima e della memoria, luoghi della leggerezza e dell’impegno, luoghi della stanchezza e della festa. Chiunque abbia incrociato Slow Food sulla sua strada ha avuto la possibilità di trovare quel pezzo che gli assomigliava, che si incastrava con il suo perimetro culturale, sociale, caratteriale. Carlo è stato, sempre e da subito, il portabandiera di questa necessità: non c’era e non c’è un solo modo di essere e di fare Slow Food, chiunque lo desideri deve poter trovare il proprio, perché Slow Food non è una regola, ma un sistema di valori, un sistema dinamico perché in continua evoluzione, vivente, e proprio per questo mai completamente e definitivamente definibile. 

Ed eccoci qua, oggi, a sentirci tutti uniti dall’assenza di Carlo, così come uniti ci siamo sentiti, fino a due giorni fa, dalla sua presenza. “Riposa in pace” gli dicono in tanti, e il primo pensiero è che se davvero desse ascolto, sarebbe la prima volta. Sembrava instancabile o quantomeno con miracolose capacità di recupero. La pace, poi, con lui è sempre durata poco: ogni traguardo era il trampolino per la prossima battaglia. “Ricacciare” diceva con il gergo della palla a pugno: ogni volta che il punto è sicuro, bisogna mirare più lontano.

Da giovedì sera questa immensa comunità sta dandosi supporto, sta provando a consolarsi. Con le parole, con tantissime fotografie riemerse da chissà dove, nelle quali siamo tutti sempre bellissimi. Siamo bellissimi, siamo stati bellissimi e continueremo ad esserlo perché in questi quarant’anni abbiamo prodotto una inimmaginabile quantità di bellezza. Talmente enorme che anche quel poco di bruttezza di cui ci siamo resi e ci renderemo ancora autori è stato e sempre sarà prontamente cancellato e dimenticato e non riuscirà mai ad avere la meglio, non importa quanto sembra durare.

Siamo, in queste ore, una immensa comunità di auto-aiuto che prova a lenire lo sgomento con l’amicizia, la paura del futuro con la fiducia nelle idee, il senso di solitudine con la vicinanza dei corpi, lo smarrimento con le parole, l’incredulità per una scomparsa con la poesia di una serenata, come quella che i nostri studenti hanno cantato ieri fuori dal portone di casa di Carlo: cielito lindo, canta y no llores. Lo diciamo a lui, lo diciamo a noi stessi, e proviamo a dirlo senza piangere, ‘ché a cantare piangendo si stona di sicuro e lui ai cori ben fatti ci ha sempre tenuto.

Usiamolo, questo gruppo di auto-aiuto, usiamolo per consolare le tristezze e ritrovare uno straccio di sorriso. Usiamolo come fanno gli “adicted” quando provano a risalire la china.

Inizio io?

“Ciao, mi chiamo Cinzia, ho 62 anni, ho conosciuto Carlo quando ne avevo 14, ho lavorato con lui negli ultimi 34 e giovedì sera mi è andato in pezzi il cuore”.

Ma le speranze, quelle create e nutrite insieme a Carlo in tutto questo tempo, quelle sono intatte e più robuste che mai. Riprenderemo presto a cantarle per il mondo e, ormai lo sappiamo, cantando se alegran los corazones.

Ciao amico caro, sei sempre partito volentieri; troverai il modo di divertirti anche in questo viaggio.

 

We’re sad, let’s sing the beauty of Slow Food

The community that has been flowing through the funeral chapel set up in Pollenzo for Carlo Petrini since this morning—and will continue to do so tomorrow; the community that will gather tomorrow morning to commemorate him; the community that is writing and speaking about him in every known language and across every medium—from instant messaging apps to the press office of the Quirinale; the community that is dedicating a memory or a tribute to him—whether public or private, it matters not—is a single, boundless global community.
Perhaps only on an occasion such as this could that shared sentiment coalesce; only now could that thread—which for 40 years has woven together thought, relationships, ideas, affections, love, toil, study, research, passion, enthusiasm, and vision across an extraordinary number of places around the world—emerge freely, and indeed, with a sense of affirmation. These are places physical, political, institutional, and spiritual; places of struggle and of governance; places of the soul and of memory; places of lightness and of commitment; places of weariness and of celebration. Anyone whose path crossed with Slow Food had the opportunity to discover that particular piece of it that resonated with them—that fit seamlessly within their own cultural, social, and personal framework. Carlo was—always, and from the very beginning—the standard-bearer for this fundamental principle: there was not, and is not, a single prescribed way to *be* Slow Food or to *do* Slow Food; rather, anyone who desires to do so must be able to discover their own unique path. For Slow Food is not a set of rules, but a system of values—a dynamic system, constantly evolving and truly alive—and precisely for this reason, it can never be fully or definitively defined.
And so here we are today, feeling united by Carlo’s absence—just as, until two days ago, we felt united by his presence. “Rest in peace,” so many tell him; yet our first thought is that, were he truly to heed those words, it would be the very first time. He seemed tireless—or, at the very least, possessed of miraculous powers of recovery. Peace, moreover, never lasted long with him: every milestone served as a springboard for the next battle. “Push it back!” he would say, borrowing the jargon of *palla a pugno*: whenever a point is secured, you must aim even further ahead.
Since Thursday evening, this immense community has been supporting one another, attempting to find solace. We do so with words, and with countless photographs—resurfaced from who knows where—in which we all look invariably beautiful. We *are* beautiful; we *were* beautiful; and we will continue to be so, for over these forty years, we have generated an unimaginable amount of beauty. It is a quantity so vast that even the scant ugliness we have authored—and may yet author—has been, and always will be, swiftly erased and forgotten; it will never prevail, no matter how enduring it may seem.
In these hours, we stand as an immense self-help community, striving to soothe our dismay through friendship; to counter our fear of the future with faith in ideas; to dispel our sense of solitude through physical closeness; to overcome our bewilderment through words; and to confront our disbelief at this loss through the poetry of song—much like the serenade our students sang yesterday outside Carlo’s front door: *Cielito Lindo—canta y no llores* (Sing, and do not weep). We sing this to him; we sing it to ourselves; and we try to sing it without tears—for singing while weeping inevitably throws one off-key, and he always insisted on a well-executed chorus.
Let us make use of this self-help group—let us use it to soothe our sorrows and reclaim, however fleetingly, a shred of a smile. Let us use it just as those in recovery do when striving to climb their way back up.
Shall I go first? “Hello, my name is Cinzia. I am 62 years old; I met Carlo when I was 14, I worked alongside him for the last 34 years, and on Thursday evening, my heart shattered.”
But our hopes—the hopes we created and nurtured together with Carlo throughout all this time—remain intact and stronger than ever. We will soon resume singing them out to the world, for now we know: *cantando se alegran los corazones*—singing gladdens the heart.

Goodbye, dear friend. You always set off on your journeys with such eagerness; I know you will find a way to enjoy yourself on this journey, too.

(translated by my beloved friend Corby Kummer; photo credit @Tino Gerbaldo)

34 risposte a “Siamo tristi, cantiamo la bellezza di Slow Food”

  1. ❤️

  2. Nunzio Primavera dice: Rispondi

    Cara Cinzia, sono convinto che Carlo sia stato veramente un grande uomo. Io lo metto nel Pantheon dei grandi italiani, assieme al mio Paolo Bonomi. Hanno fatto tutti e due grande la nostra AGRICOLTURA da posizioni diverse. E lui questo lo ha riconosciuto.

      1. Un abbraccio, forte.

          1. Coraggio Cinzia. Che ci vuole coraggio a tenere in vita questi amici, le loro idee e la loro infaticabile energia, quando han girato l’angolo. Onore a questo signore compagno mai conosciuto, eppure così prossimo. Così amato.

          2. grazie, Daniela. Il coraggio lo abbiamo, lo useremo tutto.

  3. Tommaso Iacoacci dice: Rispondi

    non non perdiamoci di vista , rimaniamo Fratelli e Sorelle lui sarà contento in tutti i luoghi dove per sempre sarà , con il suo sorriso ci guarderà e ci guiderà……

  4. Susanna Cenni dice: Rispondi

    Hai ragione Cinzia, chi ha incontrato questa famiglia, quella di slowfood ha trovato una dimensione in cui stare bene. Per me è stato così. Con Carlin, con te, con tante e tanti di voi. E adesso dobbiamo aver cura ognuno con il suo pezzettino di dolore, e di bellezza, di una eredità preziosa ❤️ Susanna

    1. Grazie Susanna, lo faremo di sicuro.

  5. Grazie per questo bellísimo testo 🖤

  6. Andrea Gardini dice: Rispondi

    Cara Cinzia, che bello! Grazie! Carlo e tutta Slow Food è un fenomeno evolutivo della vita , è riuscito a mettere in luce il meglio della vita ed a trasmetterlo con onestà e semplicità. Le cose che ha pensato detto e scritto sono i fondamenti dell’essenza del vivente, una proprietà emergente che la vita ci regala di continuo e che ci tiene vivi e insieme. Ne è uno degli autori e degli interpreti più genuini. Gratitudine da trasmettere al futuro.

  7. stefia1952@libero.it dice: Rispondi

    Che bello Cinzia. E proviamo davvero a cantare e non piangere. Grazie

    1. Certo, saremo bravissimi.

  8. grazie Cinzia
    hai avuto la voce di tanti di noi❤️

  9. Brava Cinzia, splendide parole. he raccontano che persona meravigliosa fosse il Carlin, e quella definizione che dai di Slow Food é perfetta e fa comprendere ancora meglio ciò che é stato e ciò ha creato.
    Un abbraccio. ❤️

    1. grazie, ricambio l’abbraccio.

  10. Pasquale Carlo dice: Rispondi

    Ciao Cinzia, grazie molto per questo tuo bel pensiero in ricordo di Carlo, e per spronarci a continuare a ispirarci nel nostro agire quotidiano alla vita, ai sogni, alle utopie realizzate da Carlin

  11. Ciao a tutti. Mi chiamo Francesca. Ho 48 anni. Ho conosciuto Carlin nel 2013, quando gli chiesi di fare un capitolo di un libro sull’acqua virtuale e l’uso sostenibile dell’acqua nella produzione di cibo e i relativi legami col chilometro zero. Ovviamente mi rispose Cinzia Scaffidi, il capitolo si fece e da allora Pollenzo divenne un luogo dove fui accolta, valorizzata, tenuta in considerazione. Un unicum nel panorama italiano che mi ignorava. Invitata ad insegnare, ad aprire conferenze internazionali, nell’Inspiration Board dell’università. Mai nessuno mi aveva accolto cosí in Italia ( ero all’estero da molti anni). Devo molto , moltissimo a Carlin e a Cinzia e la cosa più gioiosa era proprio questa: l’inclusione. Da perfetta sconosciuta, c’era sempre per me un posto a tavola, un posto d’onore, un posto insomma.
    Sono stata veramente onorata.
    E spero di continuare a portare la mia materia ( politiche idriche e del cibo) tra queste meravigliose persone.
    Non voglio scordarmi di quanti studenti meravigliosi io abbia conosciuto a Pollenzo, tra cui uno in particolare, che brillava di luce propria e che é scomparso prematuramente pochi giorni prima di Carlin: Dauro Mattia Zocchi. Staranno sicuramente facendo casino per fare l’arca de gusto da qualche parte in un pianeta sconosciuto con Carlin.

  12. Ci sono poche persone che sanno pensare l’impensato. Fra queste ci sono pochissime che sanno trasformare l’inimmaginato in fatti tangibili e nuovi, che sanno dare risposta a un sentimento universale ma ancora latente, indistinto, confuso.
    Carlo Petrini ha avuto l’estrema capacità di rendere chiarissimo l’enormità del nostro procedere verso il disastro e di prospettare soluzioni concrete, fattibili, efficaci, giuste.
    Sono nato tre giorni dopo Carlo. Sento un profondo dispiacere e anche un vago senso di colpa, sapendo che lui avrebbe avuto modo di fare ancora e ancora molto, mica come me, accidenti.

    1. Un abbraccio, Rodolfo.

  13. Michela Fabbro dice: Rispondi

    Non potevi interpretare meglio ciò che sta pensando e provando chi gli vuole bene.
    Grazie Cinzia, per fortuna che ci sei tu.
    Michela

    1. Grazie, Michela, un fortissimo abbraccio.

  14. Giuseppe Zappalà dice: Rispondi

    Gran bel testo Cinzia! Per me è come se l’avessi scritto per tutti NOI.

  15. Grazie Cinzia, sono Nadia Repetto e come ho scritto sulla mia pagina FB è stato il Prof. Gianni Rebora a farmi conoscere Slow Food e ovviamente Carlin. Sono stata per due mandati nel consiglio direttivo e sono stati anni, per me, molto formativi sia culturalmente che eticamente. Negli ultimi anni mi sono un pò allontanata da Slow, ma non dai suoi principi, mi sto dedicando alla politica, quella contro la crisi climatica e contro l’arroganza di chi non vuole ammettere i disastri che stiamo perpetuando all’ambiente e soprattutto la mare. Carlin diceva che il cibo è politica e oggi mi sento molto triste perchè, via via, stanno scomparendo persone pensanti. Per questo ti ringrazio per cercare di mantener insieme una comunità, forse unica nel panorama nazionale, fatta di belle persone, orgogliose e determinate.

    1. Grazie a te che di questa comunità sei parte.Un abbraccio, Nadia.

Lascia un commento