Scrivere significa rileggere (e controllare)

In un’epoca in cui  tutti si sentono intitolati a scrivere di qualsiasi cosa per il semplice fatto che possono accedere facilmente alle tecnologie che consentono la pubblicazione (che siano i social o i programmi di self publishing non importa) una riflessione sulla qualità della scrittura – nella forma e nella sostanza – non può che risultare stucchevole, snob e fastidiosissima. Poi non dite che non vi avevo avvisato. 

Nella mia città, tra qualche giorno, si terrà un importante evento dedicato alla scrittura cinematografica, Script Fest

E’ una iniziativa decisamente interessante perché credo siano relativamente poche le persone consapevoli del fatto che la produzione di un film o di una serie non inizia quando il regista dice “azione!” e inizia a riprendere gli attori, ma quando uno o più sceneggiatori si siedono a un computer e cercano di tradurre  un soggetto (ovvero una sintesi della storia, non necessariamente scritta da loro) in scene dettagliate, in cui si descrive la parte audio e la parte video di ogni sequenza. Ne ho avuta una minima esperienza quando ero al primo anno di università e un mio conoscente mi propose di scrivere insieme a lui la sceneggiatura della trasposizione cinematografica di La Luna e i Falò di Cesare Pavese. Lui aveva già qualche esperienza; io collaboravo con i giornali locali, ma quel tipo di scrittura mi era completamente ignoto. Imparai molto, e meno male, perché l’intero progetto fallì e nessuno utilizzò mai quella sceneggiatura, dunque nessuno mai ci pagò: mi consolai pensandolo come un momento formativo. 

La coincidenza è avvenuta ieri sera. Nella stessa ora leggo il programma di Script Fest, mi annoto  gli appuntamenti che mi interessano di più e non collidono con altri impegni in agenda e decido di dedicarmi alla nuova fiction di Rai 1: “Roberta Valente, notaio in Sorrento”. Tombola. 

Noi boomer ci fidiamo

Sono, irrimendiabilmente, una boomer: faccio cioè parte di quelle generazioni cresciute pensando che ciò che viene pubblicato da una redazione o comunque da un collettivo di professionisti, sia sicuro, verificato, qualitativamente superiore rispetto a ciò che viene detto in situazioni informali, al bar o nelle chiacchiere che si fanno al mercato. Che la pubblicazione avvenga in tv o su quotidiani nazionali non importa: non è necessaria la parola scritta, ma è la parola stessa che, in quella visione, gode della reputazione del mezzo che la divulga. Questa convinzione ci ha resi fragili, a noi boomer (e generazioni precedenti) davanti ai nuovi mezzi di comunicazione e pubblicazione. Perché inizialmente (e tanti insistono) non abbiamo messo in discussione quel nostro credo e tanti di noi sono entrati in meccanismi perversi che li portano a pubblicare, condividere o ripostare delle castronerie di straordinaria portata senza che il benché minimo turbamento critico intervenga a fare da filtro tra il cervello e il dito con cui cliccano su “pubblica”. 

Lo avrete notato anche voi: a ondate, che si ripetono negli anni, alcuni dei vostri amici più cari pubblicano un post su Facebook che dice “Inizia domani! Il mio è diventato blu!” e continua con una serie di frasi sconnesse e francamente incomprensibili per concludere con la dichiarazione con cui negano alla piattaforma il diritto di utilizzare dio solo sa cosa. Lo negano SULLA piattaforma, capite? E’ come entrare nudi nella macchinetta che fa le foto alla stazione, mettere i soldi e restare lì, bersagliati dai flash, dicendo : “macchinetta non mi freghi, non ti autorizzo a fotografarmi”.  Lo fanno persone per bene, colte, di buon senso. Politicamente avvertite. E quando qualcuno chiede loro “ma che fai? questa è una cazzata che gira online da un decennio” rispondono “e va be’, magari è come dici tu, ma non si sa mai”. 
Lo stesso vale per quelli che pubblicano bufale e quando qualcuno glielo fa notare rispondono: “e va be’, ma mi sembra che renda bene l’idea della situazione in cui stiamo”. Il che è vero, ma riferito a loro, non alla bufala. 

Le bufale, tuttavia,  non sono il tema di questa riflessione. Quello che ci interessa è che sono spesso i più adulti a divulgarle proprio perché sono cresciuti in un’epoca in cui le cose pubblicate avevano un alto tasso di credibilità. 

La fiction di Rai 1 e lo strafalcione del vigneto

Cosa c’entra la notaia di Sorrento (che ovviamente nel titolo della serie è chiamata notaio e già questo mi doveva far venire un dubbio, ma invece niente)?
C’entra perché la notaia Roberta Valente (che è la sfortunatissima innamorata del commissario Ricciardi che dopo anni di reciproca passione silenziosa alla finestra finalmente se lo sposa e poco dopo muore di parto) ha un fidanzato (che è il maresciallo Calogiuri, innamorato di Imma Tataranni, che si allontana da Matera perché questo amore non può andare da nessuna parte e allora se ne va lui) un po’ tontarello o quantomeno troppo fiducioso nell’umanità. Un suo vecchio  amico gli propone un affare: diventare viticoltori mettendosi in società grazie al terreno che l’amico ha ereditato da una zia. L’atto societario viene ovviamente affidato alla fidanzata notaia, la quale indaga un pochino e scopre che è una truffa perchè la zia non è morta, il terreno non è dell’amico di infanzia e quindi i soldi che il fidanzato avrebbe investito nella società sarebbero rapidamente spariti nel nulla. 

Perché vi tedio con questa vicenda? Perché la faccenda della società agricola viene discussa in varie riprese nel corso della puntata: ne parla il fidanzato con l’amico, ne parlano i due fidanzati insieme, ne parla il fidanzato con i propri genitori, ne parla la notaia (personaggio puntigliosissimo!!!) con il notaio anziano dello studio in cui è socia. E sempre, SEMPRE, in tutti i dialoghi, per indicare il terreno in questione, invece di dire vigneto dicono vitigno. Con un’unica gloriosa eccezione: la zia, convocata dalla notaia, entra nello studio e rivolgendosi inviperita all’innocente exCalogiuri dice: “tu si chill ca me vuleva futtr u terren?”. Un sollievo infinito.

Mille occasioni mancate

Ora, tornando agli sceneggiatori: io lo so che scrivere è un lavoro di cesello, lo capisco che ci sono mille trappole. Io stessa, tanti anni fa ma ancora brucia, ho licenziato un mio pezzo in cui parlavo di Marzemino e invece di menzionare – come anche le allitterazioni avrebbero suggerito – Mozart, ho scritto Beethoven attirandomi gli strali degli amministratori di mezzo lago di Garda. Lo capisco. Da allora ogni volta che ascolto il Don Giovanni mi sento a disagio. 

La sceneggiatura di un film, o di una serie, però, non ha i tempi degli articoli per i giornali o per il web. Possibile che a nessuno dei tanti (1 regista, 2 sceneggiatori, 6 0 7 attori che hanno ripetuto quelle battute chissà quante volte, i montatori, gli amici che hanno visto le anteprime) è venuto il dubbio? Possibile che la parola vitigno, per tutti, sia stata ritenuta applicabile a una parcella di terreno vitato? A nessuno è venuto da chiedersi “vitigno…? ma non si diceva vigneto? Saranno sinonimi? Magari controlliamo?”. 

Sarebbe bastata una sola persona a mettere un freno a tanta scempiaggine, e a comunicare agli astanti che un vitigno è una varietà di vite, e te la puoi comprare solo se sei una multinazionale della genetica agricola (e se non è registrata come varietà tradizionale) mentre un vigneto è esattamente quello che sembra, ovvero un pezzo di terreno sul quale sono piantate delle viti, le quali possono essere tutte dello stesso vitigno oppure no. 

I benefici del dubbio

Niente: settimane di prove, letture, editing, montaggi, riediting, prime visioni e mai un dubbio.

Solo io lo trovo spaventoso? Sono io che esagero perché insegno una cosa bizzarra che si chiama “Scrittura gastronomica” e pretendo che gli studenti passino al setaccio ogni frase prima di consegnare un testo che passerà poi al mio, di setaccio?

I testi specifici, i pezzetti di testo che hanno delle specificità, vanno mandati per una rilettura a persone competenti. Bisogna avere la pazienza e l’umiltà, ogni stramaledetta volta, di mandare un messaggio a qualcuno che ne capisce e dire: senti, ho scritto una roba, c’è di mezzo la viticoltura, puoi vedere se è tutto in ordine? Una persona competente ci mette 5 minuti e lo fa persino volentieri. Perché le persone che si occupano di viticoltura hanno piacere che non circolino fesserie in materia. 

Sciatteria privata, servizio pubblico

Forse il punto è proprio l’ambito agricolo: parlare di agricoltura ormai è come parlare dei marziani, c’è una tale vaghezza nelle competenze che si lascia passare qualunque imprecisione. O forse sfortuna ha voluto che io intercettassi una questione relativa ad un ambito che frequento da svariati decenni e dunque ho subito individuato la magagna.  Resta il fatto che tutto questo è successo su Rai 1, la rete ammiraglia del servizio pubblico. E il servizio pubblico o lo è sempre o non lo è mai.  Se qualcuno approva, acquista e trasmette opere che contengono fesserie che sarebbero evitabili con il banale utilizzo di un vocabolario, come possiamo fidarci di quel che ci raccontano a proposito di questioni intricatissime che richiedono competenze lontane dalle nostre e sulle quali dunque facciamo fatica a individuare gli errori? Anche la fiducia di una boomer prima o poi cede. Mi farò rincuorare dai relatori di Script Fest. 

2 risposte a “Scrivere significa rileggere (e controllare)”

  1. sante parole

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