CARA MONICA – Dal salto di specie a quello di genere

Cara Monica,

le teorie di tua nonna mi convincono assai.

Qualche settimana fa, quando ho bloccato il mutuo e fatto domanda all’INPGI per il bonus, mi sono sentita davvero a disagio. Ma come? Io, la libera professionista, – la free-lance! – che non ce la facevo a stare due mesi fatturando poco o nulla? Che solidità economica è quella che non ti consente di mettere da parte, appunto, qualche soldo per gli imprevisti? Poi mi sono accorta che erano in tanti nella mia situazione e non solo gli “autonomi”. Pochi mesi senza lavoro mandano in crisi tutti quanti, anche quelli a tempo indeterminato, anche le aziende più o meno grandi. Anche – addirittura – lo Stato, che soldi da parte per gli imprevisti non ne ha, evidentemente.

Campionesse di lavaggio delle mani

Avessero tutti quanti ascoltato tua nonna, non sarebbe stato male. Forse, se avessimo – da subito – avuto un po’ più donne ad occuparsi di questa Repubblica le cose sarebbero andare diversamente. All’assemblea costituente le donne erano 21 su 556. Certo che poi li chiamano Padri della Costituzione.

Ora stanno tutti a domandarsi perché questo virus colpisce meno e in maniera più lieve le donne. Io all’inizio un’idea me l’ero fatta: se uno dei modi per tenere alla larga il virus è lavarsi spesso le mani, certo noi siamo avvantaggiate: ci laviamo le mani prima, durante e dopo le operazioni di cucina, di pulizia della casa, di cura dei bambini… La media giornaliera di lavaggio mani di una donna è notevolmente più alta di quella degli uomini. Poi c’è il sistema immunitario: li frequentiamo prevalentemente noi (madri, zie, nonne, maestre dei nidi, delle scuole d’infanzia e delle elementari) i bambini piccoli, quelli che si ammalano spesso e spandono microbi come gli irrigatori delle aiuole. Il nostro sistema immunitario è pronto a tutto. Virus o non virus, abbiamo un’aspettativa di vita più lunga. Come ripete un caro amico ogni volta che guardiamo insieme le affissioni mortuarie (nei paesi è un rito, non fare quella faccia): “Il mondo è pieno di vedove”. Oggi stanno studiando, per capire come mai il virus è gentile con noi, anche le questioni ormonali e genetiche, ma io non tralascerei quelle comportamentali. Io li vedo, negli autogrill, quando le porte del bagno dei maschi restano aperte, sfiorare l’acqua del rubinetto con le punte delle dita – manco fosse un’acquasantiera – e poi uscire sereni, al massimo dopo 3 secondi netti sotto il getto di aria calda; mentre di là, da noi, se il dispenser del sapone è vuoto si fa il giro di tutti i lavandini fino a quando non se ne trova uno che funziona. Eppure, non siamo mica noi quelle che per fare pipì devono “toccare” qualcosa.

Le donne e il Virus

Ma questo Virus ha fatto ben di più. In Italia si è manifestato ufficialmente solo quando un medico donna ha deciso di infrangere i protocolli ed ha individuato il paziente 1.  E’ stato sequenziato da ricercatrici; ha riportato sugli schermi e nelle case degli italiani la professoressa Ilaria Capua (e ogni volta che la vedo mi chiedo come resista alla tentazione di mandarci al diavolo, dalla Florida, dopo che l’abbiamo infamata per sciatteria e malafede giornalistica e per calcolo politico); ha riacceso i riflettori sulle infermiere, sulle addette alle pulizie, sui paesi governati da donne (che vedi caso sono quelli che stanno reagendo meglio all’emergenza, e lo dice Forbes, non la newsletter dei Tupamaros).

La fase 2 sarà rosa?

In alcuni ambiti scientifici si sta ragionando sull’ipotesi di aprire la fase 2 concedendo alle donne una maggiore libertà di azione. Non credo succederà, per lo meno non in Italia, ma ci pensi a che straordinaria rivincita della Storia sarebbe? Se potessero riaprire prima le aziende con una prevalenza di forza lavoro femminile? Se potessero tornare al lavoro le presidi e le professoresse e le allieve e solo in un secondo momento anche i loro omologhi maschi? Se si potessero fare convegni e conferenze a patto di invitare solo relatrici e moderatrici? Se per un periodo, anche solo per un breve periodo il mondo si popolasse soprattutto di donne, se anche questa categoria di invisibili – la nostra – venisse fuori, per qualche settimana e facesse capire a tutti cosa vuol dire, a parti invertite, vedere sempre lo stesso tipo di persone, ricorrere sempre ad un medesimo modello, ascoltare sempre gli stessi toni di voce che fanno ragionamenti sempre con lo stesso tipo di visione?

Se per un breve periodo venisse concessa, solo a noi, quella libertà di movimento che ci è stata negata per secoli e che è alla base, come giustamente dice Virginia Woolf, della percezione che le idee più brillanti vengano sempre agli uomini (è difficile che venissero idee brillanti passando la vita nelle medesime 4 mura: ma se anche fossero arrivate: come le avrebbero potute sviluppare e mettere in pratica, a chi avrebbero potuto raccontarle? Al massimo a chi poi se le rivendeva spacciandole per proprie).

Ecco, il nostro microscopico amichetto ha fatto anche questa piccola rivoluzione. È andato stanando le competenze là dove stavano, ci ha fatto scoprire che stanno, in proporzioni simili, tra gli uomini e tra le donne. Certo, quanto più ci si avvicina alle stanze dei bottoni (dove c’è molto potere, molto denaro e molto lavoro) tanto più diminuiscono le presenze femminili; mentre appena le prime due istanze calano, solitamente con l’impennarsi della terza (meno potere, meno denaro, moltissimo lavoro) ecco che compaiono tantissime donne. Mi piacerebbe che tutto questo aiutasse le donne a fidarsi delle donne, perché dobbiamo ammettere che questa storia che “gli uomini ne capiscono” è più radicata di quanto sembri. Così, magari le donne inizieranno a votarle, le donne in gamba, invece di lasciarle sempre da parte, anche quando l’alternativa è un uomo mediocre.

 

Madri, senza trappole

In un commento a uno dei primi post di questo blog, un nostro lettore (Giampiero) ha scritto:

     «Mi torna spesso in mente la cosa che diceva Diego Bianchi in una delle sue cronache alla finestra: da questa cosa si esce compagni. (…) So che è molto lontana dalla realtà attuale, ma io vorrei andare lì, se quel lì riusciamo a trovarlo. (…) Vorrei che oltre che uscirne compagni ne uscissimo madri, soggetti capaci di generare e di curare. Noi stessi, i nostri figli, la nostra comunità, chi non ne fa parte, la vita che ci circonda».

Ecco, io ci credo davvero, o – per prenderla più bassa – ci vorrei lavorare. Dai Padri della Costituzione, che si sono accaparrati 535 dei 556 posti disponibili in una fase in cui occorrevano i pensieri di tutti, andiamo verso una comunità di donne e uomini madri.

Il dipinto che c’è in foto è di Silvestro Lega, 1884. Lei sorride, mentre il bambino le pesta il vestito e il filo la lega ai suoi lavori. Non si può muovere, è in trappola. Si intitola “Una madre”. Il nostro amico Virus non si vede, ma di sicuro c’era già, magari accucciato dentro a un ignaro pangolino, in attesa di spiccare il suo salto di specie. Ora a noi tocca un salto di genere: contaminare il genere Homo – uomini e donne – con la cultura che ci appartiene (quella dell’ascolto, dell’osservazione e del rispetto della natura, quella dell’attesa, quella dell’inclusione) per cambiare la cultura dominante e devastante che la natura la vuole soltanto usare, che vede l’attesa come una perdita da minimizzare e l’inclusione come un fallimento.

A presto

Cinzia

 

6 risposte a “CARA MONICA – Dal salto di specie a quello di genere”

  1. giampiero obiso dice: Rispondi

    Cara Cinzia, prima di tutto grazie per aver citato un mio commento. Davvero, ne sono onorato. Per una curiosa coincidenza, mi sono concesso la lettura calma del tuo post in un momento di pausa da un lavoro che mi sta costringendo a rileggermi, nel giro di pochi giorni, le peggiori pagine della storia politica e legislativa recente in tema di migrazioni in Europa e in Italia. Ascolto, osservazione, rispetto della natura, attesa, inclusione: tutte parole che in questa storia – come in altre – sono assenti, cancellate, vietate. Come se ci fossimo inventati il distanziamento sociale delle parole e delle idee ben prima dell’arrivo del nostro piccolo ospite inatteso. Meccanismi in cui il rapporto di potere tra decisore e normato, tra chi “accoglie” e chi si “integra”, tra chi respinge e chi è respinto, sono il frutto di una pratica costante di dominio, sulla natura, sulle cose, sulle persone, sul tempo, che sembra essere lo standard unico di riferimento per la produzione della nostra quotidiana esistenza. E più vado avanti, più vorrei che il salto di genere di cui tu parli avvenisse domani. Ma ci tocca lavorare molto perché questo avvenga, col dubbio che forse il massimo a cui possiamo aspirare, non avendo più tutta una vita davanti, è creare quegli isolotti di cui parlava Edgar Morin in una sua intervista di pochi giorni fa. “Creare oasi di libero pensiero, fraternità, solidarietà, isolotti di resistenza che difendono valori universali e umanisti, e pensare che un giorno questi possano diventare un’avanguardia”. Io ci sto provando a creare il mio piccolo laboratorio artigianale di ascolto e cura, e vivere la clausura con due figli a cui ora devi fare soprattutto da madre è una buona scuola. Ma è un’esperienza atomica, di per sé quasi insignificante. Bisogna che questi isolotti, in qualche modo, inizino a formare un arcipelago, o continueremo ad avere solo padri fondatori e grandi uomini nel bene e nel male della nostra storia futura.

  2. Concordo. Mi tornano in mente le parole di Calvino ne Le Città Invisibili: «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Ecco, farlo durare e dargli spazio. Abbiamo questo compito; ognuno si inventi il suo modo e non molli di un millimetro.

  3. filomena petrella dice: Rispondi

    bello

  4. […] Leggendoti e rileggendoti dalla prima riga all’ultima, mi hai fatto tornare in mente una delle prime interviste “faccia a faccia” che mi commissionò Bia Sarasini da direttora di NoiDonne a quasi-inizio del mestiere. Atterrai affannata nell’elegante studio in centro città di un importante sociologo che all’epoca teorizzava “la fine del lavoro”. Ricordo con tepore la cortesia e accuratezza con cui rispondeva alle mie domande serrate, da sincero e appassionato democratico. Ricordo il mio imbarazzo goffo nell’entrare, con la borsa da lavoro sformata, il telefonino affaticato e il registratore non di ultimo modello, in quel tempio degli studi sociali tra gallerie ben ordinate di volumi non ancora tutti accessibili con un clic, poltrone e scrivania d’epoca ma ben vissute, premi e pezzi di storia in cornici d’antan. […]

  5. […] tra l’avere bisogno degli aiuti e l’essere professionisti o imprenditori scadenti, che mi affliggeva qualche settimana fa, direi che non regge […]

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